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“Cervino″
by Caso

Artwork by Davide Reviati

Cover: 2 colors on 320gr white paper, water based ink, handprinted
Inner sleeve: 1 color on 320gr white paper, water based ink, handprinted
Edition of 300
October 2015

Corpoduced with Sonatine produzioni

Andrea Casali: testi e musiche, voce, chitarra
Riccardo Zamboni: chitarra elettrica
Gregorio Conti: basso
Stefano Zenoni: batteria

Registrato e mixato da Andrea Cajelli nell’estate 2015.
Masterizzato da Giovanni Versari.
Prodotto da Caso, Riccardo Zamboni e Andrea Cajelli.

Quando Walter Bonatti, figura angolare dell’alpinismo italiano, con le mani gelate abbraccia la croce di ferro sulla vetta del Cervino dopo quattro giorni di scalata solitaria sulla parete Nord (la più impervia, la meno battuta), sente di aver compiuto l’impresa della propria vita, quella con l’articolo determinativo davanti. Più del Dru sul Monte Bianco su cui poi hanno istituito la Via Bonatti (indovinate perché), più del K2 dove era convinto di morire. Proprio di un’immagine del genere aveva bisogno Andrea Casali, in arte Caso, per delineare meglio il suo quarto album. Non per niente chiamato “Cervino”, la montagna delle montagne. Perché le condizioni di Bonatti erano insolite ed estreme in quel febbraio del 1965, così come lo sono state quelle di Caso nello scrivere, arrangiare e registrare “Cervino” cinquant’anni dopo: primo album elettrico, primo con una band alle spalle dopo una vita acustica e solitaria da cantautore post-punk. L’attenzione alle parole, le storie raccontate attraverso immagini e suggestioni, la vita vissuta tradotta in versi e accordi, rimangono invece tratti distintivi delle canzoni di Caso, dal 2009 ad oggi. Perché si cresce e si cambia, ma certi talenti se si coltivano vengono sempre buoni. Buoni per raccontare lo straniamento di chi ha trentanni e sente di non aver ancora trovato un posto del mondo, come in “Blu Elettrico” che apre il disco con lucida ed elegante rassegnazione, o in “Nettuno” e “Santo Patrono” che tracciano percorsi di vita diversi dai canoni tradizionali, non allineati, ma non per questo impossibili. E il timore e l’orgoglio con cui il protagonista di “Stanze Buie” vive la propria sessualità è la metafora perfetta per sintetizzare questo filo di Arianna che percorre il disco, per andare avanti e reagire come in “Atletica Leggera”. Ma lo straniamento non prevede necessariamente solitudine, e se già avere una band alle spalle può essere sintomatico, un altro concetto che torna spesso è quello dell’amicizia, quel parlarsi sotto ad un lampione sia di cose belle che di sfighe: così si affronta meglio un tradimento (“Buste”, una delle canzone maggiormente à la Buil To Spill di tutto “Cervino”) o un’occasione formale in cui ritrovarsi e riconoscersi (“Occhio Di Bue”). Ma una parte di Caso resta comunque quella del cantautore post-punk, e allora ben vengano gli episodi in solitaria, l’infanzia di “Denti Di Ferro” e “Lario”, ispirata ad uno dei ragazzini protagonisti della bellissima graphic novel “Morti Di Sonno” di Davide Reviati, autore della copertina stessa di “Cervino”. E infine, a chiudere il cerchio c’è “FM”, tre minuti e mezzo delicatissimi che parlano d’amore e di radio, di canzoni che passano di notte senza poter schiacciar replay per ascoltarle di nuovo. A differenza di “Cervino”, undici brani che sembrano accompagnare un viaggio, o una scalata, e che invogliano a ritornare sui propri passi, cercare un’altra via, riprendere da “Blu Elettrico” e ripartire con l’ascolto. Perché “Cervino” è l’ennesima tappa di un percorso in continua evoluzione, un percorso in cui Riccardo Zamboni alla chitarra, Gregorio Conti al basso e Stefano Zenoni alla batteria affiancano Caso, lo aiutano a piantare i chiodi nella roccia fino ad arrivare in cima. Al resto ci hanno pensato Andrea Cajelli a La Sauna Studio di Varese per le riprese e i mix, e Giovanni Versari per il mastering finale. Quello che ne viene fuori è un disco pieno di vita, che Caso sapeva non essere facile ma che voleva affrontare e scrivere esattamente così. Perché “come Bonatti quando abbraccia la croce che sta in cima (…), a volte penso che l’impresa più grande sia riconoscere il proprio Cervino”.

corpo048 Caso - Cervino2

 

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